domenica 2 aprile 2017

Com-passione: che cos'è? Nessuna pena, nessuna pietà!


                                                             


La parola compassione deriva dal latino: cum: insieme + patior: soffro

La sua radice è tanto più nobile dell'accezione comune che evoca la parola pietà, spesso evocatrice di disprezzo, da cui il verbo compatire simile al provare pietà.

In cui per pietà, dal latino piĕtas -atis (der. di pius «pio, pietoso») si intende un sentimento di affettuoso dolore, di commossa e intensa partecipazione e di solidarietà nei confronti di chi soffre.

Da distinguersi anche dalla parola pena (dal
latino poena ‘castigo, molestia, sofferenza’, dal greco poinḗ ‘ammenda, castigo’) inteso come:

 1.sanzione punitiva per aver violato una norma: per es. pena pecuniaria;
2. patimento, sofferenza morale: essere in pena per qualcuno o qualcosa;
3. sentimento di pietà in cui ci si mostra ridicoli o brutti quando facciamo pena a qualcuno;
4.sentimento di pietà in cui proviamo pena per qualcuno;
5. danno fisico o morale per aver commesso qualcosa;
6. castigo per i peccati commessi (in ambito religioso: pena divina).




 
La compassione implica partecipare alla sofferenza dell'altro. Non un sentimento di pena né di pietà, ma una compartecipazione intima con un dolore che non nasce come personale, ma universale.
 
 
Una sorta di sapere come ci si sente a sentire ciò che sente un'altra persona.
 
Tuttavia la compassione non è sempre connessa a una comunione autentica di sofferenza, ma anche a una compenetrazione di gioia ed entusiasmo.

Molte persone temono di sentire compassione per la paura di sentirsi travolti dal dolore dell'altro. Ed è proprio in questi casi che si tratta quasi sempre di persone che non sanno attraversare e rilasciare il proprio dolore che viene a galla, quando entrano in risonanza con il dolore dell'altro.

Oppure possono esserci persone che hanno già attraversato un certo tipo di sofferenza, di cui sono consapevoli, senza averla profondamente integrata, per cui, nella misura in cui la risentono, rientrano in quel limbo di falsa integrazione in cui temono di riscivolare.Infine ci sono i più coraggiosi: coloro che sanno sentire la sofferenza altrui, rievocandone la loro risoluzione, senza alcun timore di venirne di nuovo fagocitati. Sono loro i maestri di compassione!
Sono coloro che sanno stare accanto a chi soffre, sostenendolo, ma sanno anche gioire con chi gioisce senza derubare nessuno di gioie che vogliono far proprie.

Ed è questa un'altra importante funzione: saper gioire delle gioie altrui con entusiasmo, senza esaltazioni, ma anche senza gelosie e invidie, sapendo che chiunque può gioire della vita, senza il bisogno di soffrire per non sentirci più "fortunati" di altri.

Niente è casuale. Tutto è causale.
E più che i fortunati o sfortunati esistono i "benedetti" (ben-detti) o i "maledetti" (mal-detti).

Com-passione con qualcuno che dice bene  è arricchente.
Com-passione con qualcuno che dice male  è depotenziante.

Ed è là che bisogna fare una scelta: se entrare o meno in com-passione con tutti!



Nicoletta Ferroni, operatore olistico trainer (SIAF)

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